Commento al 1° libro di Samuele (capitoli 16-31)
La lettura dei capitoli di 1 Samuele è stata una vera calamita per tutti noi. Una trama che ci ha presentato vari personaggi che contrappongono desiderio e rinuncia, gusto del potere e sacrificio, stoltezza e saggezza, inadempienza e ubbidienza. Insieme creano un dramma umano che sarebbe l’invidia di Shakespeare o dei sceneggiatori di Hollywood.
Ma questa non è una favola e la voglia di vedere come andrà a finire è ancora più intensa perché qui è in gioco la natura stessa della relazione uomo-uomo e come questa in fondo dipende dal rapporto uomo-Dio.
Nulla succede per caso, e la fine tragica di Saul è la conclusione di mille piccoli passi errati nel suo rapporto con Dio. Saul, il re degli Israeliti, si trova solo sul monte Gelboe mentre il suo popolo era dall’altra parte della valle a guardare la sua caduta definitiva; dopo la morte dei suoi figli dalla mano dei “non-circoncisi”, lui si toglie la vita. I Filistei “…tagliarono la testa di lui, lo spogliarono dell'armatura […], girando dovunque per dare il felice annunzio ai templi dei loro idoli e a tutto il popolo.” Ma il suo corpo viene recuperato da “uomini valorosi” che lo portano a Iabes dove lo bruciano. “Poi presero le ossa, le seppellirono sotto il tamarisco che è in Iabes e fecero digiuno per sette giorni.”
E’ significativo che sia la testa di Saul ad essere usata per “dare felice annunzio ai templi degli idoli” mentre il corpo viene salvato dall’indegno trattamento dei Filistei. La testa come luogo della ragione, della volontà, e della determinazione – tutte caratteristiche essenziali dell’uomo – portano però l’uomo verso l’autodistruzione se non vengono illuminati dalla piena fiducia nell’amore di Dio. Anche se era stato scelto da Dio a guidare gli Israeliti, lui era incostante ed insicuro nel suo rapporto con Dio e di conseguenza anche nel suo rapporto con il suo popolo.
Perché Dio ha scelto Saul? Nemmeno questo è un caso. Saul era figlio di un Beniaminita, un uomo importante; era alto e bello – “superava tutti dalla spalla in su.” E il popolo, che si era stancato dell’anziano Samuele, cercava un leader “che ci governi, come avviene per tutti i popoli”.
E come risponde Samuele, un uomo saggio e il prediletto di Dio? “Agli occhi di Samuele era cattiva la proposta perché avevano detto: ‘Dacci un re che ci governi.’ Perciò Samuele pregò il Signore.
Il Signore rispose a Samuele: ‘Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi.’
Vediamo di nuovo questa incapacità del popolo di restare costante nel loro rapporto con Dio. Cercano un uomo forte che possa realizzare il loro sogno di essere sempre protetti, ricchi e superiori agli altri popoli. Questo sogno diventa una sorte di idolatria che naturalmente è incompatibile con un rapporto intimo con Dio. Oggi troviamo che quando un popolo si trova in un momento di crisi desidera un leader che con la forza possa riportare l’ordine – e cade facilmente nel fondamentalismo.
Da subito vediamo che Saul, nonostante le sue doti sociali e fisiche, non era un grande leader. Va in cerca degli asini di suo padre che si erano persi, e non riesce a trovarli. Stava per tornare a casa a mani vuote quando gli viene consigliato di cercare l’aiuto di Samuele. Ed è con questo incontro che gli viene fatta la promessa: “Lo spirito del Signore investirà anche te e ti metterai a fare il profeta […] e sarai trasformato in un altro uomo. Quando questi segni che ti riguardano saranno accaduti, farai come vorrai, perché Dio sarà con te.”
A Saul viene dato un inestimabile dono, ma allo stesso tempo una grande responsabilità. Lui si trova erede dello spirito di Abramo e Mosè . Per compiere fino in fondo la promessa di Dio e realizzare la sua trasformazione in un altro uomo, lui deve rinunciare all’uomo che cerca il riconoscimento del mondo, e mettersi pienamente al servizio del popolo e di Dio.
Saul però deve guardare Davide per capire questa lezione. Davide rappresenta di nuovo la vera scelta di Dio, che non guarda “all’ aspetto né all'imponenza della statura. […] non guarda ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore.” E dunque il più piccolo di otto fratelli, quello nemmeno considerato da suo padre, Iesse, viene elevato da Dio e consacrato da Samuele. E in quell’istante, “Lo spirito del Signore si era ritirato da Saul ed egli veniva atterrito da uno spirito cattivo, da parte del Signore.”
La punizione di Dio è severa ma è una conseguenza naturale della scelta di Saul: “La disubbidienza è grave come ricorrere a indovini, come ribellarsi, come la peggiore idolatria. Tu hai respinto la parola del Signore, il Signore ti respinge come re.” Ed è qui che inizia il lento annullamento del ego che Saul cercò di affermare nell’atto di disubbidienza.
Davide viene chiamato a placcare lo spirito maligno che sta tormentando Saul e lo fa con quello spirito umile e mite che permette di aprire il cuore al potere dell’amore di Dio. Saul viene conquistato dal carisma di Davide, il suo figlio Gionata diventa amico stretto di Davide, e Davide sposò anche sua figlia, Mikal. Ma ogni successo di Davide era per Saul un seme di invidia che si pianta in un terreno di profonda insicurezza. Questo è cresciuto in una ossessione che non poteva essere arrestata se non con la morte di Davide; ciò è la morte di un segno vivente della fedeltà.
Davide però rimane fedele a Dio e dunque fedele a se stesso. Ha un rispetto assoluto per il suo ruolo nella comunità, e dunque anche quando ha avuto l’occasione ben due volte di uccidere Saul e salvarsi, non lo fa perché era sempre il suo re: “Gridò ad Abner figlio di Ner e ai soldati di Saul: … Non ti sei comportato bene. Come è vero che il Signore vive, voi meritate tutti la morte, perché non avete fatto la guardia al vostro padrone, al re consacrato dal Signore.”
E’ la fedeltà alla promessa del Signore e la sua consacrazione che rendono Davide così sicuro di fronte ad ostacoli che per gli altri sono insormontabili: nell’affrontare Golia, Saul lo avverte in modo assolutamente ragionevole, “Tu non sei in grado di combattere contro quel Filisteo: sei ancora un ragazzo, mentre lui è un guerriero di lunga esperienza.” Ma Davide non ragiona con la logica dell’uomo: “Il Signore mi aveva salvato dagli artigli del leone e dell’orso, lui mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo.”
Nel tentativo di non ridurre la Parola ad una favola, cerchiamo di riflettere sulla vita di Saul e Davide, la loro relazione con il popolo/comunità e la loro relazione con il ruolo che Dio gli aveva affidato. Ci chiediamo qual è la sorgente della nostra sicurezza; quali sono i Golia da abbattere nella nostra vita; quali sono gli ostacoli all’ubbidienza o all’ascolto – per esempio l’orgoglio o il desiderio di riconoscimento. Come gruppo vediamo come la Parola diventa vivente in quanto noi riusciamo ad avvicinare la Parola alla nostra vita.